
Quelli che hanno più o meno la mia età si ricorderanno di questa canzoncina con cui MTV entrava nelle case degli allora adolescenti. Non sono un amante del genere. Anzi.
Il video era girato in spazi post moderni…una stazione di metropolitana illuminata artificialmente a neon. Un ragazzino con dei rasta e vestito da omino tecnologico ballava e si dimenava da una scala mobile a un’altra. Ancheggiava e saltava e poi correva e poi ancora su scale mobili e spazi underground.
C’è qualcosa di gangsta-rappa-brotha in questa canzoncina. Qualcosa di inquieto e potente. Arrivo a vederci qualcosa di nichilistico. Quell’ “ospite scomodo” che accompagna gli anni dell’adolescenza e della post-adolescenza. Quell’ospite che mi accompagna ancora.
E si. Perchè sta Freestylez è una canzone che non dice sostanzialmente nulla. Il testo è ripetuto con semplice e convinta ossessività. Non c’è alcun valore, nessuna dottrina per cui combattere (del resto perchè sarebbe andato su MTV, in caso diverso?). Ricordo bene l’inquietudine di quegli anni. Un’inquietudine che suona di beat, che si esprime con voci sintetizzate, che ha forse il suo acme nella strage della “Columbine High School” che il regista Micheal Moore ha meravigliosamente fotografato col suo “Bowling for Columbine”.
Una strage in cui morirono trivellati da proiettili sparati da armi automatiche molti studenti e professori della scuola. A sparare un manipolo di studenti disadattati. Dannatamente medi. Poca voglia di studiare, poco fascino, tanta violenza repressa, tanta incomprensione. Ma non pazzia.
Sentirsi stritolati dalle consuetudini capita a tutti prima o poi. Capita di piangere senza motivo. Ma il fluire delle emozioni deve restare un fenomeno privato. Se in questa parte di mondo siamo tanto infelici forse è proprio per questa ragione. Per questo voler proiettare un’immagine di sè che non corrisponde al reale. Per sentirsi dei vincenti è necessario sembrarlo. E sembrarlo prima di tutto a sè stessi.
Come per sentirsi dei buoni giornalisti. Come per sentirsi dei bravi cristiani. Come per sentirsi normali. Come per sentirsi mediocri. Perchè la mediocrità che letta da qui sembra una cosa tanto negativa, in realtà, questa mediocrità ci piace.
Ci piace da impazzire. Sguazzare nelle cose dette e non dette. Ci piace da impazzire riconoscere e farci riconoscere. Ci piace tanto di sentirci normali.
E fa niente se di normale ci è rimasto solo il nostro abito impolverato. Se un’emozione, un colore, un profumo spalancano le saracinesche delle nostre lacrime. Fuori le palle. Ci hanno raccontato che un uomo è tale solo davanti alle proprie responsabilità. Non c’è da stupirsi se la droga in Italia ha una diffusione spaventosa, se l’alcool spopola tra i giovanissimi e se nella mia scuola elementare avevano trovato bimbi di quinta con delle bustine di roba bianca. Stavano vicino alla macchina del caffè. Ma non era zucchero.

Il rosso è il colore di cui si colorano le labbra femminili durante l’amplesso. Il rosso è il colore del sangue.
Eros e Thanatos. Uniti da pensieri irrazionali, da eventi e da colori. La serenità ha tutt’altro colore. Io la vedo verde scuro. Un prato semplice all’ombra di un albero. Tra i denti una spiga d’erba. Gli scarponi slacciati ma pronti a riprendere il cammino. Un bastone appoggiato al fusto dell’albero. Il fiato che ritorna nel silenzio del Trentino Alto Adige. L’unico suono è quello lontano dei campanacci delle vacche al pascolo. Sono lontano da casa. Sono solo. Ma qui non ho paura.
D.