The Poetry Corner

7 02 2008

Sono cieco alle grazie d’altre donne,
Sono sordo alle loro voci.
A lei sola faccio attenzione,
Per lei sola ho occhi e orecchi e
Non le rivolgo qui vane adulazioni:
Il mio cuore la desidera più di quanto la mia bocca
non ne faccia fede. Posso andare per poggi e valli, per
Campi e piani, ma in un solo essere persevero nel
Trovare tutte le virtù.
Dio le scelse per la mia donna e le fissò in lei.

(Arnaut Daniel 1200 c.a.)

(Io sono Arnaut che ammassa l’aura / va a caccia della lepre col bue / e nuota contro corrente)

Arnaut Daniel



Cap. 2 -Black-

14 11 2007

“Black”

 

Sheets of empty canvas, untouched sheets of clay
Were laid spread out before me as her body once did.
All five horizons revolved around her soul
As the earth to the sun
Now the air I tasted and breathed has taken a turn

Ooh, and all I taught her was everything
Ooh, I know she gave me all that she wore
And now my bitter hands chafe beneath the clouds
Of what was everything.
Oh, the pictures have all been washed in black, tattooed everything…

I take a walk outside
I’m surrounded by some kids at play
I can feel their laughter, so why do I sear?
Oh, and twisted thoughts that spin round my head
I’m spinning, oh, I’m spinning
How quick the sun can drop away

And now my bitter hands cradle broken glass
Of what was everything?
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything…

 


All the love gone bad turned my world to black
Tattooed all I see, all that I am, all I’ll be…

 

I know someday you’ll have a beautiful life,
I hope you’ll be a star in somebody else’s sky, but why
Why, why can’t it be, why can’t it be mine?

 

19 Settembre

Oggi, il Signorino Lotheroy, il mio discepolo, si è dimostrato più pigro del solito. Ho tentato di fargli venir voglia di studiare con i metodi antichi dei precettori che hanno educato anche me. Bacchettate sulle mani e severi rimproveri. Il dolore provocato dev’esser stato proprio poco, e anzi, ho percepito una sorta di riconoscenza verso la mia distratta vena punitiva. Il signorino Lotheroy ha una certa stima di me, ma nemmeno questo riesce a vincere la sua endemica accidia e pigrizia. Quel suo corpo così giovane eppure già piagato nei vestiti fuori moda che l’etichetta della ricca famiglia impone mi ha fatto una certa pena. Stavamo traducendo un frammento della splendida “Ballad Of The Ancient Mariner” del Coleridge e il mio discepolo, (may any praise raise over him) non azzeccava una singola parola. Quei suoi occhi liquidi scorrevano il testo e poi le glosse, con un’espressione neutra, come quelle dei cani da caccia che il mio signore, Messer Edward utilizza per cacciar fagiani e altra selvaggina. Davanti all’aggettivo “slimy” il mio discepolo, il signorino Lotheroy, è rimasto (apparentemente) a riflettere per una decina di minuti. Tuttavia, non erano passati che pochi secondi ed ecco che i nervi della mia mano erano pronti ad alzare la bacchetta e a colpire il signorino sulle orecchie (Messer Edward mi ha ripreso molte volte per la mia poca simpatia verso le punizioni corporali). Quella bacchetta, nemmeno la sollevai. Mi venne in mente Lei. La mia stella del mattino, la mia nutrice. Il mio pensiero accarezzò senza malizia alcuna, quella sua mano curata, quei suoi capelli folti, crespi e morbidi. Quelle sue cosce color madreperla, quella sua schiena stretta, madida e umida di piacere. Evocai davanti ai miei occhi quella bellezza totale, misteriosa, inspiegabile, che mi aveva fatto diventare quello che ero. I suoi capelli neri, nerissimi. I suoi seni abbondanti, fioriti, dolci come il miele che la mia nonna mi dava ogni sera, prima di spegnere la luce in camera mia. Me la figurai ancora sulle mie ginocchia, col suo peso etereo, con la sua voce zampillante, col suo profumo intenso. I suoi occhi nei miei, i suoi seni premuti su di me. Al collo, le mille catenine che le avevo regalato. Ai polsi i mille bracciali, alle dita i mille anelli. Anelai quel contatto. Lo desiderai come il letto caldo e la zuppa serale, che il mio signore, Messer Edward mi garantisce. Ricordai quel giorno, al faro, nella marca di Provenza. La prima volta che trovai il coraggio di muoverle amore. Glielo dissi così, col vento che veniva dal mare. Fu lei a scegliere il cespuglio più appartato. Tra gli scogli e la scaletta per scendere a bagnarsi.

Mi destai.

E Lotheroy mi osservava coi suoi occhioni da levriero. Umidi, interrogativi. “Vi sentite bene, messer Arnaut?”. Mi guardava la mano. E la mano tremava. Dopo un sorriso, gli proposi la traduzione più opportuna per il termine “slimy” e, con un lungo sospiro spezzato, vidi che intanto era venuta sera.

Vostro Arnaut Donadel



Cap.1 -Rise-

11 11 2007

Vi proponiamo in via del tutto eccezionale la trascrizione della prima pagina di “Lunchtime”, l’autobiografia del celebre cantastorie Arnaut Donadel. Il libro, un mattone da 700 pagine, raccoglie i pensieri del grande intellettuale nato in Provenza ma cresciuto artisticamente sulle rive del Martesana. Il passo è tratto dall’edizione Rizzoli pg. 688 Euro 350. Vi preghiamo di leggere quanto segue sospendendo il giudizio, fin dove possibile, naturalmente. Qualora noia sopraggiunga sospendete la lettura. E’ bene precisare, poi, che, a nostro giudizio, solo il testo della canzone che precede la scarna pagina di Donadel merita un pò di attenzione.

 

“Rise”

 

Breathing in the night, there’s nothing else i’m needing now

The wind is at my side, and so are you

And together we will rise above all these words and promises

We couldn’t keep, together we will fly above it all

But sometimes we will fall…from the light

But it shines on us tonight…

And together we will rise…

And surely it’s a sign now that everything’s in tune

To some kind of higher plan, surely it’s a sign

That you were right…and there’s the secret line

That we’ve been denied…but we’re crossing it tonight

And together we will rise.

Sometimes we will fall, from the light

But it shines on us tonight, and together we

Will rise pass this line

That we’re crossing here tonight

And together we will rise.

 

 

 

Qui cominciano le mie memorie. Non saranno mai lette com quelle del Rousseau o del Casanova, forse. Rimangono le mie. Io sono un cantastorie.

Ovvero: sono l’esploratore di ghiacci perenni e incogniti, che si muove sul pak artico con la sua muta di cani. Sono l’irlandese col violino morto su un cargo battente bandiera panamense al largo di Malta. Sono un uomo con molte donne. Sono colui che è morto vergine. Sono colui che prova la vertigine. La vergogna. Sono un aguzzino, perchè ho commosso crimini mostruosi. Sono la razionalità, fredda e insensibile. Sono la cieca paura. Sono la bellezza dei mattini invernali passati tra le calde coperte di casa. Sono l’amante che rompe le famiglie. Sono il gatto di casa, indifferente e infedele. Sono il miglior amico dell’uomo e come porto io le ciabatte non le porta nessuno. Sono le lacrime che non hai il coraggio di piangere. Sono tutte le bugie che hai detto a cuor leggero. Sono il rumore. Il rumore del mare e della pressa in fonderia. Sono un cronista indipendente e uno scribacchino di parte.

 

Sono una stolida contraddizione. Una fotocopia sbiadita di un ragazzino che imiti Rimbaud. Le mie storie sono costretto a raccontarle a me stesso. La “Mia Isola” non c’è per davvero. Nè Peter Pan nè la sua sindrome mi danno una mano. Mi innamoro così tante volte, che non so più se mi sia mai capitato Amore.

Non sono male, fisicamente. Certo, a parte una gobba sulla schiena e sul naso (per un totale di due gobbe), un occhio di vetro (su due) e una gamba di acciaio che mi impedisce di superare i controlli all’aeroporto e di conseguenza di viaggiare.

Ora che son vecchio vedo la bellezza del mondo in queste piccole cose antiche:

-la lettera di una ex

-i contatti msn

-il carillon che ho comprato in Irlanda da liceale

-il ricordo della nebbia fitta, al parco

-pettinare i capelli di una bella signora

 

La mia vita è stata splendida. Lo è tuttora.

 

Vostro Arnaut Donadel