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Tra il Serio e l’Orio (in sostituzione del Faceto)

23 10 2007

Guardarti, squadrarti, natura, così a soqquadro in questa nostra abbuffata difficile da digerire è proprio come guardare un vecchio commuoversi per i vecchi ricordi. Sognare il mondo com’era fino a 200 anni fa è un lusso che solo qualche postmoderno nostalgico può permettersi. Patetico pensare poi che a rimpiangere il mondo rustico e carico di pollini sia chi fisicamente non è all’altezza di sopravvivere in tale concerto di muffe, semi e odori e cortecce e gelidi canali. Bene, si fa e basta. Si rimpiange un universo magari più difficile da vivere, magari meno ospitale. Magari un luogo dove si starnuterebbe quel centinaio di volte in più. Tant’è. A qualcuno (oltre a me) sarà capitato di guidare nel traffico di una città, di una periferia, di una tangenziale, di un’autostrada e di accorgersi della bruttezza dell’ambiente che ti guarda. Anche chi pianifica gli spazi verdi parte dal presupposto che le cose più belle, (che vogliamo per forza far coincidere con quelle più utili) siano quelle inserite nel piano urbano del traffico, come aiuole, metri quadrati di parchi pubblici e posti riservati agli stronzi di cane. Però non alziamo oltre lo sguardo. Quando ci immergiamo finalmente dopo settimane di stress nei nostri agognati corridoi verdi, dopo essere giunti su piste ciclabili, o strade sterrate, mi raccomando, non avanziamo troppe pretese. Sarebbe cosa pericolosa. Insomma, fa niente se giri l’angolo e scopri che dietro al parco c’è lo svincolo della tangenziale. Poco importa se la roggia apparentemente pulita è più inquinata del Lambro. A mio modesto avviso siamo davanti ad uno dei più grandi paradossi della nostra epoca. Siamo diventati ricchissimi. La società più opulenta ed economicamente florida che la storia ricordi. Eppure nessuno, ripeto NESSUNO ha più il privilegio di perdersi in un bosco. Nessuno ha più modo né tempo né interesse a farsi stordire per un giorno intero dallo sciabordio di un torrentello. Siamo tanto abituati ad una miriade di stimoli sensibili (musica, tv, impegni lavorativi, cpu) che ciò che è semplice ci appare superfluo. Dunque, leggere di persone che parlano di odore di bosco, di pesci color di nulla, di zenzero ,cannella, e non di odor di nutella, odor di sciroppo, odor di big bubble, è un piacere intatto. Un piacere che urla vendetta. Vendichiamoci. Torniamo a leggere. Torniamo a Calvino. Torniamo alla resistenza fatta dai bambini tra la macchia ligure. Torniamo a Pin, al commissario Kim, a Cugino, agli altri personaggi del Sentiero dei Nidi di Ragno. La spiritualità della natura è qualcosa di così potente e imperscrutabile, che se veramente esistesse un Giano, un dio pagano, insomma, si incazzerebbe mortalmente coi nostri urbanisti. Li andrebbe a prendere nottetempo, costringendoli a progettare rotonde senza aiuole e aiuole senza fiori sino alla notte dei tempi. Speranza vana la mia, dacché si sa che per tener lontano Giano (o chi per lui) è sufficiente che vi siano una città con più di un milione di abitanti e ottocento mila auto (quasi una per abitante). Poi basta insaporire il tutto con un po’ di polveri sottili e il gioco è fatto. Niente più eresie pagane. Al limite solo qualche polverosa sacrestia. Dunque, si preannunciano tempi duri per il paganesimo, per la new age, il naturismo e circa il 50% degli ecosistemi del mondo. Nella prossima puntata le cattive notizie.


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